Fast Fashion: un modello di business insostenibile per ambiente e lavoratori

Fast Fashion: un modello di business insostenibile per ambiente e lavoratori

La proliferazione del fast fashion ha avuto un impatto ambientale senza precedenti. Con il raddoppio della produzione negli ultimi 20 anni a fronte di un aumento della popolazione di solo il 28%, l’industria della moda va evidentemente ripensata in ottica circolare e sostenibile.

Il fenomeno del Fast Fashion è uno dei più dibattuti nella moda e si tratta della produzione di capi economici dal grande impatto ambientale. Come combatterlo?

Fast Fashion: un modello di business insostenibile per ambiente e lavoratori

Che cosa ha di diverso un paio di jeans sostenibili rispetto ad uno prodotto secondo i tradizionali processi industriali? Oltre a qualche dettaglio e rifinitura apparentemente sembrano uguali eppure la produzione tradizionale può richiedere fino a 10.000 litri di acqua per produrre un singolo capo di jeans, un’esagerazione se si pensa che prodotti sostenibile ne richiedono al massimo 200.

Purtroppo la maggior parte dei nostri indumenti sono prodotti in modo industriale in aziende site in paesi poveri in cui, molto spesso, i lavoratori sono minorenni e privi di tutele. In questo articolo vi spiegheremo come ognuno di noi può contribuire a un sistema moda più virtuoso, sostenibile ed etico.

Da dover partiamo?

Sostanzialmente la base del problema è il modo di produrre vestiti attraverso un modello di business chiamato Fast Fashion: in pochi sanno che questo termine è simile al fast-food quindi è basato sulla velocità e sull’eccesso. Il Fast Fashion è caratterizzato da due principali problemi: quantità e qualità. Si producono tanti, troppi vestiti di bassa qualità. Mentre una volta le stagioni della moda erano caratterizzate principalmente da una collezione primavera-estate e da una collezione autunno-inverno, adesso si arrivano a produrre fino a 52 collezioni ogni anno e a volte anche di più; ovviamente tutti questi capi di abbigliamento sono molto difficili da smaltire, finendo in discarica. Inoltre sono difficili da riciclare.

Il problema è anche la qualità perché gli abiti Fast Fashion sono progettati per non durare: sono realizzati con budget molto, molto bassi e sono studiati per danneggiarsi rapidamente in lavatrice dopo pochi lavaggi. Il risultato? Acquisti sbagliati di prodotti di bassa qualità e sempre in maggiori quantità.

La logica del Fast Fashion è in realtà critica in tutte le fasi della filiera. I pesticidi, per esempio, non sono utilizzati solo nella produzione di cibo ma vengono utilizzati in modo massiccio anche nella produzione di una delle fibre molto diffusa nell’industria tessile come il cotone. In India, circa 5,8 milioni di persone lavorano nelle piantagioni di cotone e in moltissimi si ammalano gravemente proprio per l’utilizzo dei pesticidi che causano gravi malattie respiratorie e tumori.

Un altro problema è quello relativo alle micro plastiche: un maglione in acrilico, un costume da bagno o delle scarpe da ginnastica hanno in comune il fatto di essere composti da plastica, un materiale sintetico che tende a sminuzzarsi ad ogni lavaggio. Le lavatrici non sono in grado di filtrare queste microscopiche particelle di fibra che quindi vengono rilasciate nell’ambiente finendo in mare e ingerite dai pesci, rientrano così nella catena alimentare anche dell’uomo.

Dobbiamo considerare anche il problema dell’inquinamento idrico: molte delle tinture utilizzate per produrre i nostri vestiti non sono affatto sostenibili e rendono completamente sterili alcuni terreni che sono utilizzati dalle popolazioni locali per coltivare. Infine non dobbiamo tralasciare l’inquinamento più classico: siamo tutti a conoscenza delle emissioni di CO2. Anche qui l’industria della moda non se la cava bene, infatti è responsabile per circa dell’8% delle emissioni.

A tutto questo si aggiunge un problema sociale rilevante: la condizione dei lavoratori. Moltissimi giovani, spesso minorenni, lavorano in fabbrica in condizioni pessime e pericolose per tante ore al giorno. Ci sono persino stati casi di maltrattamenti, violenze o segnalazioni, completamente ignorate, di crepe e danni strutturali agli edifici che hanno determinato crolli e morti sepolti sotto le macerie.

Chi immaginava che dietro alla produzione di abiti Fast Fashion ci potesse essere così tanta sofferenza?

Cosa possiamo fare nel nostro piccolo?

Il percorso di sostenibilità è un percorso estremamente personale però se non sapete da dove iniziare seguite questi cinque spunti.

Il primo è cambiare prospettiva perché ormai non possiamo più acquistare prodotti di scarsa qualità ma dobbiamo acquistare oggetti migliori che dureranno a lungo, ripararli e prendersi cura degli oggetti che già abbiamo.

Il secondo è quello di conoscere il costo per uso: non sempre la maglietta a 3 euro risulta più economica di una con cartellino 25 €. La maglietta economica che si distrugge dopo pochi lavaggi in lavatrice ha un costo per uso molto più alto rispetto una maglietta che magari costa 25 € e che durerà per anni.

Il terzo è l’acquisto di abbigliamento di seconda mano. Negli ultimi decenni abbiamo abbiamo prodotto così tanto abbigliamento da poter vivere di vestiti di seconda mano praticamente per sempre: recatevi nella bottega sotto casa o presso i tantissimi mercatini dell’usato presenti su tutto il territorio italiano per spulciare e trovare il capo che fa per voi.

Il quarto spunto è quello di imparare a conoscere i materiali poiché non sono tutti uguali. Uno stesso materiale può essere più o meno sostenibile: per esempio il cotone può essere un cotone certificato da enti autorizzati che certificano la produzione con un ridotto consumo di acqua, senza pesticidi; sicuramente un cotone molto diverso rispetto a quello tradizionale che tutti conosciamo. Anche tra i materiali sintetici ci sono differenze: per esempio un nylon tradizionale è diverso da un nylon prodotto in Italia ricavato dal riciclo delle reti da pesca o da altri rifiuti in plastica.

Lo spunto e il consiglio più importante è il passaparola e il buon esempio. Viviamo con altre persone in una società e quindi tutte le nostre azioni hanno un impatto molto forte verso l’esterno. Non soltanto perché l’azione di per sé è buona ma perché la stessa azione viene osservata in modo molto attento da altre persone. Quando acquistiamo capi ecosostenibili, stiamo allo stesso tempo inviando un messaggio anche a tutti coloro che ci circondano, trasferendo un messaggio positivo di economia circolare .

Dare l’esempio è molto più importante rispetto a predicare la sostenibilità .

Tratto da TEDx Talks

Come vendere jeans usati al kg?

Come vendere jeans usati online?

Vendere jeans usati è un’ottima soluzione che ti permette di inserire i vecchi capi in jeans in un processo di riutilizzo trasparente.

Leggi l’articolo e scopri come vendere jeans usati al kg.

Come vendere jeans usati online?

Hai fatto il cambio armadio e ti vuoi liberare di tutti i vestiti che hai scartato, ma ti spiace buttarli perché sono ancora in buono stato? Se hai dei vecchi jeans non gettarli via! Con il riciclo creativo puoi trasformarli in nuovi capi di abbigliamento. Lo scopo è proprio quello di allungare il ciclo di vita dei vestiti e ridurre al massimo lo spreco e l’accumulo di rifiuti tessili.

Sapere qualcosa in più in merito alla vendita di abiti al kg non è qualcosa che interessa unicamente i commercianti, ma può dimostrarsi utile anche a chi desidera disfarsi di capi di abbigliamento (in questo caso in jeans) che non usa più. Esiste Reejeansiamo pensato per vendere jeans usati al kg. Si tratta di un progetto per il riutilizzo di abiti usati nato a Firenze nel 2022.

La filosofia del progetto Reejeansiamo della Sartoria Madame Flo di Firenze è quella di contribuire alla sostenibilità e al riciclo. Uno dei motivi principali per cui il riutilizzo dei jeans (in inglese denim upcycling) è diventato molto più popolare tra le giovani generazioni (ma non solo) è perché le persone hanno trovato il proprio senso di stile. È passione, è l’amore controverso, è indossare la cosa sbagliata nel posto giusto, scambiandosi i ruoli per provare qualcosa di nuovo. In un momento di mercato come quello che stiamo vivendo, la creatività, l’innovazione e l’originalità sapranno regalarci le ricette per essere sempre alla moda pur utilizzando vecchi capi di Jeans.

Questo è il concept del progetto Reejeansiamo. Clicca qui per maggiori informazioni.

Come riutilizzare jeans usati?

Non devi necessariamente imparare a cucire o impiegare il tuo tempo libero per trovare un modo per riutilizzare i tuoi vecchi capi di jeans. Passeremo a ritirarli per trasformarli in qualcosa di nuovo.

Accettiamo capi di jeans di uomo, donna e bambini. Le categorie accettate sono pantaloni, giacche e camicie di qualsiasi forma e colore. I capi devono essere in buono stato e dovranno essere lavati prima della restituzione. Prepara il pacco e attendi l’arrivo del nostro corriere: per ciascun pacco che conterrà fino a 5 chili di vecchi jeans, ti invieremo un Voucher da 30 euro che potrai spendere nel nostro negozio online (può essere anche utilizzato come Voucher Regalo).

Come funziona?

Inviarci i tuoi vecchi jeans è semplicissimo. Penseremo a tutto noi, tu dovrai solo seguire questi semplici passaggi riportati qui di seguto:

  1. Seleziona i tuoi capi verificando che siano in buono stato;
  2. Lava i capi che vorrai inviarci affinché ci arrivino puliti pronti per essere lavorati;
  3. Inserisci i capi in una busta e riponili dentro ad una scatola.
  4. Compila il form online a questo link con tutte le informazioni richieste: clicca qui.
  5. Attendi il corriere per il ritiro del materiale.

Non appena riceveremo il pacco presso la nostra sede, lo verificheremo e provvederemo ad inviarti il buono sconto via mail all’indirizzo di posta elettronica che hai precedentemente specificato nel form online.

Per maggiori informazioni non esitare a contattarci cliccando qui.

Desigual: upcycling dal 1984

Desigual: upcycling dal 1984 Madame Flo

Capi di abbigliamento realizzati con denim di seconda mano, per generare meno sprechi possibili, trasformando capi usati in creazioni uniche, innovative e 100% sostenibili.

Desigual: upcycling dal 1984 Madame Flo

Avere look personali e particolari, senza danneggiare il pianeta e il portafoglio è l’obiettivo di tutti coloro che amano guardarsi allo specchio e trovarsi sempre diversi senza l’assillo di acquistare ogni volta capi nuovi. Proprio per questo la tendenza green del momento è l’upcycling, ossia recuperare indumenti già esistenti e già posseduti per dargli una nuova vita, ma non come quella di prima bensì facendo un salto di qualità, in termini di materiali, di design e di creatività. Praticamente un upgrade.

La storia di Desigual ha inizio nel 1984. In quell’anno il brand ha creato la prima giacca iconica a partire da jeans di seconda mano. Quando ancora non esisteva il termine upcycling, ha dato una nuova vita a molti capi in denim destinati a diventare solo un altro rifiuto. Al centro della loro mission sono la sostenibilità e la responsabilità sociale d’impresa. Obiettivo: promuovere un modello di produzione più rispettoso delle persone e del pianeta.

Desigual è un’azienda nata con la filosofia del riciclo inscritta nel proprio DNA, impegnandosi da sempre a utilizzare materie prime in fibre naturali e donare nuova vita a molti capi denim destinati a diventare nient’altro che rifiuti. Ma non solo: nel 2020 ha deciso di abbracciare in modo ancora più completo la filosofia ecosostenibile, attraverso la scelta di avviare una collaborazione con l’azienda Ecoalf: l’idea è quella di creare qualcosa di nuovo riutilizzando quanto era stato fatto in passato. La collezione quindi è nata da un mix di capi già realizzati. Per esempio, cambiando il colore delle maniche e inserendo cappucci in upcycled denim.

Il risultato è un’esclusiva collezione online di 500 capi duraturi e unici, che risponde a un doppio intento: da un lato salvaguardare l’ambiente, dall’altro far vincere la creatività.

Le parole d’ordine sono: ricicla, reinterpreta, riutilizza, ama ancora.

Una collezione all’insegna dell’upcycling, nel nome della sostenibilità.

I jeans sono spesso protagonisti di progetti di upcycling, come è stato per esempio per la collezione Ecoalf Desigual, mettendo in piedi una collaborazione stilistica e creativa con rifiuti riciclati: denim ricavato da jeans di seconda mano, nylon, lana e cotoni riciclati per un look urban da utilizzare nella vita di tutti i giorni.

Il progetto di Desigual e Ecoalf si spinge anche oltre i confini della moda: il brand e l’azienda spagnoli raccoglieranno la plastica sulla spiaggia di Barcellona, insieme al collettivo Pachamama Market: si prenderanno cura della spiaggia emblema della città, con l’obiettivo di raccogliere 1,5 tonnellate di rifiuti e rendere questo mondo un posto migliore.

Sostenibilità, upcycling e impatto ambientale sono al centro del dibattito pubblico degli ultimi anni, e finalmente qualcosa sta davvero cambiando. Uno dei settori più inquinanti al mondo è proprio quello della moda, e uno dopo l’altro i brand di tutto il mondo stanno facendo la loro parte per rivedere la loro intera filiera, dai materiali alla produzione, dalla distribuzione alla vendita, per ridurre il più possibile il loro impatto sul nostro pianeta.

Reejeansiamo: il progetto della Sartoria Madame Flo

Il vecchio jeans è un degli ospiti abituali del fondo di ogni armadio: la resistenza del tessuto li rende molto longevi, ma per contro rischia di farceli venire a noia. Riutilizzare un paio di vecchi jeans è un’idea ecologica e un ottimo modo per evitare di generare nuovi rifiuti. Il denim, inoltre, è un tessuto perfetto per il riutilizzo perché particolarmente duraturo e resistente. Perchè non usarlo per trasformarlo donando nuova vita a un oggetto che ha esaurito la sua funzione primaria?

Da qui nasce il progetto Reejeansiamo attraverso il quale la sartoria Madame Flo progetta e realizza nuovi capi d’abbigliamento partendo dai tuoi vecchi jeans (clicca qui per maggiori informazioni).

Sostenibilità e responsabilità sono al centro di ogni nostra azione. Intendiamo promuovere anche nel settore della moda, un modello di produzione più rispettoso delle persone e del pianeta. La qualità dei capi e del processo di produzione è uno degli impegni assunti dalla nostra sartoria di Firenze e che gestiamo perseguendo il nostro obiettivo di miglioramento continuo.

Come scegliere un cappello su misura? Scopri qualche consiglio di stile.

Come scegliere un cappello su misura? Scopri come non sbagliare.

Fedora, basco, coppola, cloche, a tesa larga o fisherman hat: scopri quale modello di cappello su misura fa per te!

Come scegliere un cappello su misura? Scopri come non sbagliare.

Quando si parla di cappelli penso subito a Madame Chanel, che iniziò la sua carriera aprendo la sua boutique di cappelli da lei realizzati, molto diversi da tutti gli altri sontuosi degli anni 20 della Belle Epoque. Il cappello su misura in realtà è un accessorio dalla storia millenaria: seppur non più “d’obbligo” come una volta, è riuscito ad attraversare le mode assumendo le forme più fantasiose.

Il cappello influisce decisamente sull’aspetto, di conseguenza potrai elevare il look all’ennesima potenza. Attenzione, però, a non “stonare” con le linee del copricapo che dovranno interagire con quelle del viso. Bisogna trovare il giusto equilibrio. Il cappello, in tutte le stagioni, è un accessorio molto pratico per difenderci da sole, pioggia, freddo, ma è soprattutto uno strumento di stile che può rendere particolare un outfit basico e dare un tocco di originalità ad un look che forse passerebbe inosservato.

Quando scegliamo un cappello su misura, il colore e il modello non sono le uniche cose da considerare. Per prima cosa dovrebbe essere adatto alle proporzioni del viso, ed è da qui che cominciamo.

C’è un cappello su misura per ogni donna, ma qual è il migliore?

Esistono i più disparati modelli di cappelli su misura. Tuttavia il primo aspetto da considerare è la fisionomia della persona che lo indosserà, principalmente la forma del viso e della testa. Deve dare armonia al volto ed equilibrarsi con l’outfit; di conseguenza, ci sono alcuni fattori che vanno presi in considerazione quando se ne compra uno:

VISO OVALE: Cappelli per viso ovale? Sei fortunato: questa forma del viso si abbina perfettamente a tutti i tipi di cappelli uomo. Puoi scegliere quindi il modello che preferisci in base a stile, materiale e occasione d’uso. Un’unica accortezza: scegli la giusta taglia, in base alla grandezza del viso.

VISO ALLUNGATO: Il viso allungato ha una forma più sottile, che si sviluppa in lunghezza. Di solito presenta guance e zigomi arrotondati. Ideali per i visi allungati sono i cappelli con tesa larga, o comunque tutti i modelli voluminosi, che si estendono in larghezza, per dare volume ai lati del viso.

VISO QUADRATO: I tuoi zigomi larghi, i lineamenti ben definiti e la fronte larga e piatta? Allora hai un viso quadrato. Dovresti indossare dei copricapi che snelliscono e allungano otticamente la faccia. I modelli migliori per te sono quindi rappresentati dai cappelli alti che slanciano il viso – andranno bene quelli con pon pon. Puoi permetterti anche il berretto, la coppola, ma anche un cappello a tesa larga.

VISO A FORMA DI CUORE: Fronte ampia, mento a punta e mascella ben marcata sono le caratteristiche principali di un viso a forma di cuore. Scegliendo il cappello per questa forma, bisogna tenere conto di dover coprire la fronte spaziosa e arrotondare la parte inferiore del viso. In questo caso saranno adatti tutti i tipi di cappelli a tesa media e con visiera. Andrà bene anche un cappello piccolo.

Oltre al proprio volto, bisogna anche considerare la propria chioma. Ecco perché vogliamo subito svelarvi che se avete capelli ricci e voluminosi, vi staranno sicuramente bene i cappelli maschili e le coppole, perché non andranno ad appiattire troppo al vostra chioma. Adesso che consci tutti i particolari da tenere in considerazione per scegliere il cappello su misura ideale per il tuo look, sarai sempre all’ultima moda!

Misure e taglie

Per prendere la vostra misura di cappello dovete misurare la circonferenza della testa un centimetro circa sopra l’orecchio. Nella valutazione della misura considerate che:

  1. Meglio un cappello leggermente abbondante piuttosto che uno stretto, con un piccolo spessore o una piccola cucitura interna è facile restringerlo.
  2. Se hai molti capelli avrai una tolleranza maggiore, i capelli fungono da “ammortizzatore” naturale.
  3. Se hai capelli rasati o sei calvo, dovrai fare più attenzione a calcolare la tua misura e avrai meno tolleranza, puoi passare dalla sensazione di “stretto” a “largo” in pochi millimetri.
  4. Cappelli e berretti “morbidi” permettono tolleranza maggiori,
  5. Cappelli e berretti “rigidi” necessitano di maggiore attenzione nel calcolo della misura. E’ utile anche conoscere la forma della tua testa. Essa può essere “rotonda” o “ovale”, comunicandolo al momento dell’acquisto, potremo conformare il cappello ( ad esempio un cilindro artigianale ) prima di spedirtelo.
  6. Se hai la testa molto rotonda evita i cappelli rigidi con le tese tutte abbassate, preferisci quelli con le tese posteriori rialzate.

Dove acquistare un cappello su misura?

Puoi acquistare il tuo cappello su misura direttamente sul nostro sito, scegliendo tra una varietà di modelli disponibili. Ogni cappello è realizzato artigianalmente su ordinazione. Se non trovi esattamente ciò che desideri, non esitare a contattarci per comunicarci le tue esigenze specifiche.

Contattaci per maggiori informazioni: clicca qui.

Upcycling: la sostenibilità rappresenta il futuro della moda

Upcycling la sostenibilità rappresenta il futuro della moda

Ormai da qualche anno a farsi sempre più spazio nel mondo della moda è l’upcycling, ma di cosa stiamo parlando esattamente?

Upcycling la sostenibilità rappresenta il futuro della moda
Levi’s® Upcycling Project – Photo Leonardo Male

Non solo una trend ma un vero mercato, più sostenibile e green. Ma bisogna fare differenza tra i termini che sentiamo più spesso nominare: recycling e upcycling. Nel primo caso il materiale viene recuperato e, per esempio, se si tratta di un tessuto trasformato in nuovo filato. Nel secondo procedimento, invece, si passa attraverso il ri-uso e la creatività. In questo modo capi vintage, ma anche pezze e dead-stock, così come sono, vivono una nuova vita, modificate in virtù dello stile che vogliamo dargli. Il capo in disuso viene ripensato nella in parte o nella sua totalità e destinato ad una nuova vita: una gonna diventa una borsa, una giacca la seduta di una sedia e così via.

Perché è importante fare questa differenza? In tre semplici punti:

  • Riciclare non è così semplice come può sembrare. Nel settore moda, la Ellen Macarthur Foundation ha stimato che l’1% dei vestiti viene riciclato, quindi quasi niente, riciclare i vestiti non è davvero un’opzione su cui si può contare nel caso della moda.
  • Riciclare implica nuovi processi di lavorazione. Significa che non viene eliminato del tutto l’inquinamento derivante dai processi, per quanto possano essere sostenibili, avranno comunque un impatto sull’ambiente.
  • Riciclare costa più di riutilizzare. È anche uno dei motivi per cui una piccolissima percentuale di vestiti viene riciclata, produrre da zero costa meno che riciclare, soprattutto se parliamo di fast fashion. Per questo l’obiettivo è ormai evitare di produrre e comprare, e non riciclare.

Oggi essere consapevoli di ciò che si crea è un must, e lo riscontriamo nel successo dei talenti emergenti nel mondo del lusso. Bode per esempio produce abiti artigianali unici nel loro genere. Tagliati da tessuti antichi, trapunte vittoriane, sacchi di grano e biancheria da letto. È salito rapidamente al successo dopo aver vinto il CFDA Fashion Award for Emerging Designers nel 2019. Le sue creazioni upcycled sono state indossate da celebrities del calibro di Bella Hadid, Harry Styles e Dua Lipa.

Sulla piattaforma TheRealReal, per esempio, esiste tra i grandi marchi in vendita, una sezione dedicata alla moda upcycle realizzata in co-lab con Maurizio Donadi di Atelier & Repairs. Il progetto si chiama ReCollection 01 e comprende 54 capi di designer celebri, come Stella McCartney e Balenciaga, che, danneggiati o invendibili per svariati motivi, diventano creazioni uniche e riciclate.

L’upcycling è uno dei cinque modelli dell’economia circolare il cui obiettivo nel settore moda è contrastare il consumismo e la sovrapproduzione della fast fashion incentivando il riuso di ciò che è già stato prodotto. Il fast fashion e comunque il fashion, genera una montagna di vestiti buttati via ogni anno e ha un enorme impatto sull’ambiente: si stima che a livello globale, ogni anno vengono creati circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. Entro il 2030, si prevede che scarteremo più di 134 milioni di tonnellate di tessuti all’ anno. Gran parte del problema dipende dai materiali utilizzati per fare i vestiti: fibre non riciclabili, non biodegradabili e dalle fibre quasi sempre utilizzate in mischia e quindi difficili da riciclare e trasformare in nuove fibre e, soprattutto dalla loro scarsa qualità che ne permette un utilizzo assai limitato nel tempo.

Il modello tradizionale “prendere, produrre, scartare“, che non presta attenzione ai materiali giunti a fine vita, deve essere modificato per valorizzare lo scarto e farlo diventare risorsa. La conclusione è sempre la stessa e semplicissima: riutilizzare in qualunque modo i vestiti è più conveniente e sicuramente più ecosostenibile rispetto a produrne di nuovi.

Riciclare vecchi jeans: un progetto innovativo

Vittoria Valzania celebra upcycling con Reejeansiamo

Chi non ha un paio di jeans vecchio e non più indossato? Sicuramente tantissime persone! Ma niente panico, invece di buttarli via potete benissimo riutilizzarli per realizzare tantissime idee fantastiche e sorprendenti!

L’upcycling è un’opportunità concreta per evitare gli sprechi e regalare un futuro alternativo ai capi un tempo tanto amati e che, adesso, che non vengono più indossati. Questo è proprio il concetto che guida il progetto di upcycling Reejeansiamo: la creazione di un qualcosa di unico e nuovo che parte da prodotti pre-esistenti, reinventati e riconvertiti grazie al recupero dei materiali e al loro riutilizzo creativo.

Scopri il progetto Reejeansiamo a questo link.

Corsetto storico, sottostrutture e costumistica teatrale

Corsetteria storica: sottostrutture e costumistica teatrale

Impara le tecniche tradizionali della costruzione di un vero corsetto storico, facendolo tu stessa con la stoffa che più ti piace.

Corsetto storico, sottostrutture e costumistica teatrale

Tra le priorità del Laboratorio Artigianale di Sartoria Madame Flo c’è quella di trasmettere la conoscenza della storia del costume e della moda in quanto solo sapendo leggere stili e significati che dietro di esse si celano è possibile alimentare e accrescere la creatività e la capacità di ricerca personale. Anche grandi stilisti sono testimoni della preziosa ispirazione che può avere origine dalla conoscenza del passato e di quanto questo possa trovare sempre nuove chiavi di lettura e di attualizzazione proprio attraverso la moda.

Vi accompagneremo in un vero e proprio viaggio nel tempo, che porta alla scoperta del susseguirsi delle culture, delle tradizioni e dei movimenti che nel tempo hanno portato e portano tutt’oggi la moda, ad una continua evoluzione.

Il corso di corsetteria storica prevede lo studio approfondito del Corsetto Storico e della sua evoluzione sino ai giorni d’oggi. Verranno analizzati e studiati i cartamodelli storici originali, focalizzando l’attenzione sulle varie tipologie di Corsetto in relazione al periodo storico di riferimento.

Il Laboratorio Artigianale di Sartoria Madame Flo organizza workshop di corsetteria storica che hanno una durata di 40 ore suddivise in 5 giornate. Durante il corso viene progettato un cartamodello di un corsetto storico, adattato alle misure desiderate, tagliato e confezionato su stoffa, con particolare attenzione alle rifiniture ed alla steccatura.

Le sottostrutture sono essenziali in un costume storico o teatrale: saperle realizzare e conoscere la loro evoluzione nella storia della moda trova applicazione non solo nel costume design, ma anche nel fashion design contemporaneo. Il corso di sottostrutture è uno workshop della durata di 32 ore ed è articolato in 4 giornate. Durante il corso viene progettato un cartamodello di una sottostruttura storica, tagliato e confezionato su tessuto, con particolare attenzione allo steccatura.

Il corso di costumistica storica/teatrale è rivolto a tutti coloro appassionati della storia del costume e dell’evoluzione dell’abbigliamento nel corso dei secoli. Il percorso di studi è studiato per chi ha competenza di modellistica e sartoria di base.

Questi corsi affrontano tutti gli aspetti della confezione di un corsetto sartoriale di alta qualità, dal cartamodello iniziale al taglio, confezione e rifinitura finale. I corsi sono focalizzati sulle tecniche avanzate per costruire un corsetto tradizionale su misura.

Svolgimento del Workshop di corsetteria storica

Ogni corso è incentrato su un periodo storico diverso ed è composto da una parte teorica e una parte pratica. Nel workshop, partendo dall’evoluzione delle sottostrutture nella storia del costume, illustreremmo materiali e tecniche necessari per riprodurre un corsetto o uno stays di un preciso periodo storico.

Ogni partecipante realizzerà il proprio corsetto e verrà assistito e guidato nella lavorazione: dal cartamodello derivato da esempi e rilievi storici, al posizionamento e taglio, nella varie fasi di cucitura fino alle rifiniture. Alla fine del workshop avrete cucito il vostro corsetto, fatto su misura per voi stesse.

Il workshop è individuale e si tiene a Firenze. Per gruppi di studenti è possibile organizzare il workshop presso spazi attrezzati: a seconda del numero di partecipanti e della città in cui si svolgerà, sarà fornita una quotazione specifica.

Per un preventivo gratuito senza impegno non esitare a contattarci.

Com’è possibile creare bellezza dagli scarti dei jeans?

Com’è possibile creare bellezza dagli scarti dei jeans?

L’economia Circolare, oltre a essere conveniente, è anche bella. Il nostro progetto di moda sostenibile si basa sulla produzione di nuovi capi d’abbigliamento partendo dagli scarti dei jeans.

Com’è possibile creare bellezza dagli scarti dei jeans?

Il bello è qualità, ricerca e stile inteso come capacità di design, viene ideato e riconosciuto da chi ha gli strumenti culturali per farlo, non è oligarchia ma conoscenza,

L’economia circolare produce bellezza autentica; quella fatta nel rispetto del valore del tempo di rigenerazione dei sistemi naturali della Terra; non esiste vera bellezza dove non c’è rispetto per la vita in tutte le sue forme. Pensate: per realizzare una singola maglietta di cotone sono necessari 2.700 litri di acqua, sufficienti per soddisfare il fabbisogno di una persona per 2,5 anni (fonte: Parlamento Europeo)

Anche gli scarti dei jeans rientrano in una visione più ampia sebbene, nell’era del consumo all’eccesso, lo scarto è impropriamente definito tale. Il fenomeno scaturisce dall’eccessiva contrazione temporale dei cicli produttivi che realizza come più conveniente l’azione di produrre qualcosa di nuovo, invece di considerare prioritariamente l’esistente di qualità.

Responsabile di oltre il 10% delle emissioni globali di gas serra, l’industria tessile e della moda deve ancora compiere la sua rivoluzione verde per ridurre al minimo l’impatto ambientale negativo lungo il ciclo di produzione dell’abbigliamento. In quanto consumatori, i giovani sono i punti di svolta per realizzare questa rivoluzione optando per abbigliamento e abbigliamento realizzati in modo sostenibile e responsabile.

Nei magazzini delle aziende tessili e di quelle manifatturiere giacciono sottovalutati tessuti in diverse quantità che nulla hanno a che vedere con le caratteristiche che qualificano la merce come scarto; se ridimensioniamo il tema nella vita di tutti i giorni, la stessa cosa accade nei nostri armadi: un tesoro sommerso che rendiamo nuovamente visibile e autorevole, pronto per il rilancio ad alto livello sul mercato grazie al progetto Reejeansiamo.

Oggi esistono solo casi di circolarità più o meno virtuosi effettuati da valide aziende, ma rimangono isolati. Per cercare di affrontare più efficacemente questo problema, nel quotidianità di ognuno di noi, abbiamo pensato che realizzare nuovi capi in jeans riutilizzandone di vecchi ma comunque in buono stato, potesse in qualche modo aiutare a cambiare il modo di pensare delle persone: diffondere la cultura del riutilizzo a posto di quella più consumistica dell’usa e getta.

L’iniziativa Rejeansiamo punta sulla necessità di migliorare l’impronta ambientale dell’industria dell’abbigliamento/tessile, adottando un approccio sostenibile, modelli di business green e circolari: dalla scelta della materia prima alla produzione sostenibile.

Un progetto che pone i principi di circolarità, sostenibilità, efficienza delle risorse e riciclaggio/riciclo al centro della catena del valore, dal design alla produzione, per ridurre il tributo del settore sull’ambiente e rendere il modello di business circolare un successo ma anche un’ispirazione per gli altri.

Scopri tutte le possibilità, clicca qui.

L’upcycling non è solo una moda ma rappresenta il futuro

Upcycling non è solo una moda ma rappresenta il futuro

Dare nuova vita a tessuti, vecchi jeans o capi in disuso è la tendenza della moda più cool e green del momento. Ecco perchè l’upcycling rappresenta il futuro.

Upcycling non è solo una moda ma rappresenta il futuro

La pandemia ha visto molti giganti della moda escogitare modi innovativi per gestire la grande quantità di capi invenduti. Continua a leggere e scopri come l’upcycling non solo aiuta a gestire enormi quantità di rifiuti, ma offre anche capi d’abbigliamento (e accessori) alla moda e stravaganti.

Il riutilizzo creativo di tessuti scartati (o Upcycling) è un processo di produzione molto utilizzato negli ultimi mesi. Dato che la pandemia è culminata con una sconcertante eccedenza di produzione (da € 140 a € 160 miliardi) – più del doppio del solito – non c’è da meravigliarsi se sempre più marchi stanno promuovendo l’upcycling. Nel mondo ci sono più tessuti prodotti di quelli che possono essere effettivamente utilizzati: considera che molte delle principali catene di abbigliamento possono produrre fino a mezzo miliardo di capi ogni anno.

E cosa succede a quei vestiti dopo che le loro vite sono finite? Nell’industria della moda, cercare un nuovo utilizzo con un vecchio tessuto è noto come riciclaggio. Con gesti semplici si possono fare molte cose e riciclare abiti usati è una di quelle piccole azioni quotidiane che potrebbero diminuire gli sprechi in maniera sostanziosa. Non dimentichiamolo.

Anche la scomposizione o la macinazione di tessuti di alta qualità nelle loro forme grezze o substrati più puri può far parte del processo di riciclaggio dei tessuti. La tecnologia di riciclaggio è considerata fondamentale nell’affrontare la carenza di materie prime e offre alle industrie ulteriori opzioni per gestire l’approvvigionamento di materie prime.

L’upcycling, invece, consiste nell’eseguire un’operazione a valore aggiunto sul tessuto o sull’indumento smontato al fine di produrre un componente che sia di qualità o pregio anche superiore all’originale. Il moderno ciclo di vita dell’upcycling inizia con una processo che può comportare un ciclo di produzione completo, proprio come un nuovo prodotto. Per consentire l’approvvigionamento, lo smontaggio e la ricostituzione, l’upcycling può richiedere molto tempo ma il risultato finale è sicuramente di alta qualità sartoriale.

L’upcycling sta rapidamente salendo ai vertici del settore dell’abbigliamento grazie alle opportunità a valore aggiunto che offre. Di conseguenza, il riciclaggio, viene gradualmente relegato a un’operazione guidata dai consumatori di massa nello spettro della sostenibilità. Mentre i tentativi di garantire la disponibilità di prodotti riciclati (materie prime) si fanno strada nella scala dell’innovazione ambientale, l’upcycling è libero di adottare tecniche genuinamente creative, in gran parte grazie alla creatività dei designer. Questi design sono impossibili da emulare e segnalano una nuova sfida nel settore della moda: la leadership del design ambientale.

Con l’aumento delle scelte sostenibili da parte dei consumatori e la generale consapevolezza nei confronti dell’ambiente, i marchi pongono maggiore attenzione al proprio comportamento dispendioso e l’upcycling è diventato rapidamente una soluzione importante per continuare a produrre in modo decisamente più sostenibile.

Nell’ottobre 2020, Miu Miu ha svelato il lancio della sua ultima linea Upcycled, una capsule esclusiva di 80 abiti unici rimodellati da oggetti antichi accuratamente acquistati da negozi e mercati vintage di tutto il mondo. Miu Miu è un marchio gemello di Prada e il contributo di Prada alla tutela ambientale ha innescato una reazione a catena.

Produrre nuovi capi in modo sostenibile è un tema di grande priorità anche nel Laboratorio Madame Flo che, attraverso i progetti Jeansiamo e ReeJeansiamo, grazie all’Upcycling ha realizzato la propria capsule collection sartoriale.

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Corsetti storici: realizzazione artigianale su misura

Corsetto storico: realizzazione artigianale su misura

I corsetti sono stati a lungo grandi protagonisti della moda femminile, evolvendosi continuamente per stare al passo con le tendenze.

Corsetto storico: realizzazione artigianale su misura

Indispensabile per riprodurre il design degli abiti del passato, prezioso strumento di raffinata seduzione, troppo bello da nascondere, il corsetto è una passione senza tempo che interpretiamo in tutte le variazioni…

Prima ancora che nel cassettone della biancheria ci fossero i merletti bianchi e le vecchie camicie da notte conservate nella naftalina, i corsetti padroneggiavano sotto gli abiti da donna. Nonostante la biancheria intima intesa in senso moderno fosse ancora sconosciuta nel Medioevo, le prime apparizioni di indumenti da portare a contatto con la pelle, sotto i vestiti, si registrano già dai tempi dell’antica Grecia.

Destinato ad accentuare l’incavo della vita e rialzare il petto, il corsetto ha una storia lunga e intricata, come i fili di metallo che nel corso del XVI secolo, con la diffusione della moda spagnola, venivano cuciti meticolosamente al suo interno.

Dai fili metallici si passa anche alle ossa di balena e stecche di legno all’interno dei corsetti, poi l’influenza della moda francese nel XVII secolo sancisce l’inizio di una nuova tendenza: quella delle trame di tessuti preziosissimi.

I corsetti si modificano e vengono chiamati corps piqué, diventano più imbottiti – per sopperire alla mancanza di forme – e nascondono taschine mignon, dove riporre boccettine di profumi intensi, sacchettini di erbe profumate. Più avanti, acquistano l’iconica punta anteriore e la forma a imbuto: è allora che vengono irrigiditi nuovamente con robuste stecche in metallo ai lati.

Si calcola che la moda del corsetto interessò anche un ampio numero di uomini, ma comunque imparagonabile alla tendenza che si sparse a macchia d’olio sulla moda femminile.

Corsetti su Misura

Il Laboratorio Artigianale di Sartoria Madame Flo realizza corsetti da modelli storici o secondo il look della moda moderna. Ogni corsetto è completamente realizzato a mano nel nostro laboratorio. Per il tuo corsetto partiremo dallo scegliere periodo, classe sociale e nazione di riferimento più adatti al tuo progetto, per giungere a un design che corrisponde ai tuoi desideri.

Accettiamo ordini di corsetti su misura creati da foto, quadri, rappresentazioni storiche, etc.

Per maggiori informazioni non esitare a contattarci.

Moda sostenibile: economia circolare e jeans

Moda sostenibile economia circolare e jeans - Sartoria Firenze Madame Flo

Riutilizzo, riparazione, riciclo. Moda sostenibile, economia circolare. Idee per l’upcycling del denim, riparazione e utilizzo di vecchi jeans.

Moda sostenibile economia circolare e jeans - Sartoria Firenze Madame Flo

La produzione tradizionale dei capi di abbigliamento (specialmente quella riferita al jeans) ha seguito un modello piatto e lineare. Ogni capo nasce e muore (spesso anche quando è ancora nuovo). La circolarità richiede un cambiamento fondamentale, a partire dal design e percorrendo tutto il ciclo di vita di un prodotto. L’approvvigionamento di materiali più sostenibili e l’implementazione di un approccio circolare in grado di mantenere i materiali in vita il più a lungo possibile, riduce l’impatto (negativo) sul pianeta.

Sono attualmente allo studio nuovi modelli di business e soluzioni incentrate su design, longevità, raccolta e riciclaggio e un numero crescente di persone trova modi per scalare e dimostrare che il cambiamento è a portata di mano. Allo stesso tempo, circolarità è diventata una parola d’ordine nel settore moda ed è stata annunciata come la risposta a tutte le sfide della sostenibilità per un vero cambiamento. Quindi cosa significa effettivamente economia circolare oggi?

Il principio principale dell’economia circolare è che i prodotti dovrebbero essere progettati tenendo conto del facile riutilizzo o del loro riciclaggio (upcycling); incorporando i principi dell’economia circolare, anche l’industria del denim può diventare quindi il leader sostenibile e circolare per guidare una rivoluzione tessile.

L’industria della moda è stata lenta nel muoversi verso standard etici più elevati, ma la sua esposizione come la seconda industria più inquinante dopo il petrolio, ha sollecitato un maggiore slancio e attività negli ultimi periodi. La produzione di denim, infatti, esaurisce il 35% della produzione mondiale di cotone con tutte le conseguenze che ciò comporta in termini di impiego di pesticidi e consumo di acqua. Per questo è sempre più impellente iniziare a produrre un denim più sostenibile.

Ma ognuno di noi, nel suo piccolo può contribuire attivamente al fine di migliorare il pianeta in cui viviamo.

Utilizzare vecchi capi per crearne di nuovi

Da qui nasce il progetto Reejeansiamo attraverso il quale la sartoria di Firenze Madame Flo dona nuova vita a vecchi capi di abbigliamento in jeans che, grazie alla loro alta resistenza e durabilità, si prestano molto ad essere trasformati in qualcosa di nuovo. Oltre che a recuperare un capo e a rispettare l’ambiente, viene mantenuto anche l’elemento emotivo del vecchio capo in jeans che potrebbe essere stato utilizzato, per esempio, da un genitore, dal proprio fidanzato o da una amica. Una sorta di ricordo da indossare tutti i giorni.

Moda sostenibile economia circolare e jeans - Sartoria Firenze Madame Flo
Nella foto una vecchia felpa trasformata in un morbido giubbotto in jeans

Collegando sostenibilità e creatività, il laboratorio di Vittoria Valzania, riprende i principi dell’economia circolare riciclando e trasformando il dimenticato e l’ordinario in capi unici. La sua missione è “non produrre nulla di nuovo, ma trasformare ciò che già esiste” ispirato ad avviare questo processo di rinnovamento per l’enorme entità degli sprechi: con il progetto Reejeansiamo Vittoria Valzania e tutto il suo staff sta dimostrando la scalabilità del sistema circolare impegnandosi attivamente a svolgere il proprio ruolo nel portare il mondo della sartoria verso un futuro circolare, in cui i materiali vengono utilizzati e riutilizzati in modo sicuro, in cui gli ecosistemi sono protetti e rigenerati.

Ciò significa che non si parla più di fine vita, ma di fine utilizzo. E significa evolvere ogni parte della filiera dell’abbigliamento verso un’economia circolare, a cominciare dalla nostra.

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